MammaExpress · fascicolo di revisione

Dott. Marco Bianchi

commercialista
Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano n. 34567
8 articoli da revisionare · uscite previste 10 novembre 2026 – 11 maggio 2027
Revisore dimostrativo (placeholder): questo fascicolo è un'anteprima. Non inviare a un professionista reale finché i revisori non sono definitivi.

In questo fascicolo

  1. Nuovo ISEE 2026: cala il valore, salgono i bonus famiglia — 10 novembre 2026 · Famiglia & burocrazia
  2. Bonus nuovi nati 2026: i 1.000 euro e cosa spetta a un neonato — 1 dicembre 2026 · Famiglia & burocrazia
  3. Malattia del figlio: il congedo esteso ai 14 anni dal 2026 (fino a 10 giorni) — 15 dicembre 2026 · Famiglia & burocrazia
  4. Detrazioni per figli a carico 2026: chi le mantiene e chi le ha perse — 2 febbraio 2027 · Famiglia & burocrazia
  5. ISEE corrente: quando conviene chiederlo se il reddito è calato — 23 febbraio 2027 · Famiglia & burocrazia
  6. Legge 104 per il figlio con disabilità grave: permessi e congedi ai genitori — 4 marzo 2027 · Famiglia & burocrazia
  7. Congedo di maternità obbligatoria 2026: 5 mesi, come dividerli e domanda — 18 marzo 2027 · Famiglia & burocrazia
  8. Spese dei figli detraibili nel 730: mensa, sport, nido e visite mediche — 11 maggio 2027 · Famiglia & burocrazia
P6 · Famiglia & burocrazia

Nuovo ISEE 2026: cala il valore, salgono i bonus famiglia

Uscita: 10 novembre 20266 minnuovo-isee-2026.md

Dal 1° gennaio 2026 l'assegno unico esce dal calcolo e salgono le franchigie sulla casa: per molte famiglie l'ISEE scende e i bonus aumentano. Rifai la DSU a gennaio per vederlo subito.

Se hai un figlio piccolo, segnati il 1° gennaio 2026: le regole per calcolare l’ISEE — la fotografia della tua situazione economica, quella che serve per accedere ai bonus — cambiano quasi tutte a favore delle famiglie. Tre novità spingono il valore verso il basso: l’assegno unico esce dal conteggio, la prima casa “pesa” meno e una parte dei risparmi sicuri non viene più contata.

In pratica: per molte famiglie l’ISEE scende, e un ISEE più basso significa bonus che aumentano o che finalmente si sbloccano — dal bonus nido all’assegno unico, dal bonus nuovi nati all’assegno di inclusione. C’è una sola cosa da fare per vederlo davvero: rifare la DSU a gennaio.

Cosa cambia dal 1° gennaio 2026

Le novità che contano per chi ha figli sono tre.

L’assegno unico esce dal calcolo. Fino al 2025 gli importi dell’assegno unico incassati durante l’anno rientravano, di fatto, tra le somme che alzavano l’ISEE. Dal 2026 vengono scorporati (neutralizzati): per le prestazioni sociali e familiari non contano più. Un aiuto ricevuto per i figli non ti penalizza più quando chiedi gli altri bonus.

La prima casa pesa meno. Sale la franchigia sul valore della casa di proprietà in cui vivi: si parla di circa 91.500 euro (indicativamente fino a 120.000 euro nei capoluoghi di città metropolitana), con uno sconto ulteriore per ogni figlio. Più alta è la franchigia, minore è la parte di patrimonio immobiliare che finisce nel calcolo.

Alcuni risparmi restano fuori. Titoli di Stato, buoni fruttiferi e libretti postali vengono esclusi dal patrimonio mobiliare fino a una soglia (indicativamente 50.000 euro per nucleo). Chi tiene da parte qualcosa “al sicuro” non viene più penalizzato per questo.

Le cifre esatte di franchigie e soglie possono essere aggiornate e variano tra le fonti: qui le usiamo come esempio. Prima di fare i conti, controlla gli importi in vigore sul sito INPS.

Tradotto in chiaro: il caso di Giulia

Prendiamo Giulia, mamma di una bimba di un anno. Nel 2025 il suo ISEE era 24.000 euro: sopra parecchie soglie, quindi bonus nido ridotto e assegno unico lontano dai massimi.

Due parole sul gergo, una volta sola. L’ISEE è l’indicatore che mette insieme redditi e patrimonio della famiglia e dice a chi eroga i bonus “come stai messo”. La DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) è il modulo che presenti per ottenere l’ISEE: lo compili — o lo confermi nella versione precompilata — e da lì nasce il tuo valore.

Con le regole 2026, l’assegno unico incassato nel 2025 non pesa più, la casa di Giulia rientra nella franchigia più alta e il piccolo libretto postale resta fuori. Risultato plausibile: il suo ISEE scende sotto le soglie che le facevano avere il nido ridotto, e la famiglia passa a una fascia più favorevole dell’assegno unico. Stessa vita, stessi numeri di sempre: cambia solo il modo di calcolarli.

L’errore che ti costa caro

L’errore più comune è non ripresentare la DSU e lasciare che valga quella vecchia. Se non aggiorni la dichiarazione, l’INPS continua a pagare molti bonus all’importo minimo: l’assegno unico, senza un ISEE valido, scende alla cifra base per tutti, a prescindere da quanto guadagni davvero.

Il secondo errore è l’opposto: aspettare troppo. Per gennaio e febbraio 2026 gli importi vengono ancora calcolati sull’ISEE del 2025; il nuovo calcolo entra a regime da marzo. Chi presenta la nuova DSU entro il 30 giugno 2026 ottiene il ricalcolo a partire da marzo, con gli arretrati. Chi arriva dopo rischia di perdere i mesi già passati.

Quando e come rifare la DSU

Il momento giusto è gennaio-febbraio: prima presenti la nuova DSU, prima l’importo aggiornato entra nei pagamenti. In concreto:

  1. Raccogli redditi, patrimonio al 31 dicembre e giacenza media dei conti.
  2. Apri la DSU precompilata sul portale INPS (con SPID, CIE o CNS) oppure affidati a un CAF o patronato, di norma gratis.
  3. Controlla che le nuove franchigie sulla casa e l’esclusione dei titoli entro soglia siano applicate.
  4. Leggi il nuovo valore ISEE sull’attestazione e confrontalo con quello del 2025.
  5. Con il numero aggiornato, ripresenta o aggiorna le domande dei bonus collegati.

Un’avvertenza in più: dal 2026 vanno dichiarate anche le criptovalute eventualmente possedute dal nucleo. Non è un dettaglio da nascondere, è un campo in più da compilare.

In breve

Dal 1° gennaio 2026 il nuovo ISEE è più favorevole alle famiglie: l’assegno unico viene scorporato dal calcolo, salgono le franchigie sulla prima casa e una quota di titoli di Stato e buoni postali resta fuori dal patrimonio. Per molte famiglie il valore ISEE scende e i bonus collegati — nido, nuovi nati, assegno unico — aumentano o si sbloccano. Il calcolo entra a regime da marzo 2026, ma i primi due mesi restano ancorati all’ISEE vecchio. Per ottenere l’importo giusto devi rifare la DSU: falla a gennaio-febbraio, e comunque entro il 30 giugno per avere gli arretrati da marzo.

Dati indicativi 2026 — verifica importi, franchigie e scadenze sul sito INPS prima di procedere.

P6 · Famiglia & burocrazia

Bonus nuovi nati 2026: i 1.000 euro e cosa spetta a un neonato

Uscita: 1 dicembre 20266 minbonus-nuovi-nati-2026.md

Per ogni figlio nato o adottato nel 2026 spetta un bonus una tantum di 1.000 euro (ISEE entro ~40.000). Domanda online su INPS entro 120 giorni: come funziona e quali aiuti puoi sommare.

Nel 2026, per ogni figlio nato o adottato spetta un bonus una tantum di 1.000 euro: si prende una volta sola, non è un assegno mensile. Lo eroga l’INPS alle famiglie con ISEE del minore entro circa 40.000 euro — e da quest’anno quel calcolo non conta l’Assegno Unico, così molte famiglie che prima restavano fuori adesso rientrano.

Tradotto in chiaro: sono mille euro a figlio, la domanda si presenta solo online sul portale INPS e hai 120 giorni di tempo dalla nascita. Quattro mesi che volano, tra notti insonni e scartoffie: qui sotto trovi come funziona e tutti gli aiuti che puoi sommare.

Quanto vale e a chi spetta

L’importo è fisso: 1.000 euro per ogni figlio nato, adottato o in affido preadottivo (prima dell’adozione definitiva) nel 2026. Non cresce con il numero di figli già in casa e non dipende dal reddito da lavoro, ma da un solo parametro: l’ISEE, la fotografia della situazione economica della famiglia.

Serve l’ISEE per le prestazioni rivolte ai minori entro la soglia fissata da INPS, intorno ai 40.000 euro. La novità 2026 pesa: da quest’anno il calcolo neutralizza l’Assegno Unico, cioè non conta gli importi che già ricevi per i figli. Chi fino all’anno scorso sforava di poco, adesso può rientrare. Oltre all’ISEE servono la residenza in Italia e i requisiti di cittadinanza o soggiorno previsti.

Conta il meccanismo, non la singola tabella: mille euro se il tuo ISEE del minore sta sotto la soglia, zero se la supera.

Importo e soglia possono essere aggiornati: qui li usiamo come riferimento. Prima di presentare domanda, controlla i valori in vigore sul sito INPS.

Come fare domanda (e quando)

La domanda è solo online: sul portale INPS cerchi “Bonus nuovi nati”, entri con SPID, CIE o CNS e compili. Se preferisci una mano, un patronato la presenta per te, di norma gratis. Allo sportello o per raccomandata non si può.

La scadenza è la parte che scotta: 120 giorni dalla nascita, dall’adozione o dall’ingresso del bambino in famiglia. È un termine perentorio, cioè tassativo: passato quello, il diritto si perde anche se avevi tutti i requisiti.

Attenzione a una confusione che gira spesso: i 60 giorni di cui parlano alcuni non sono la tua scadenza, ma il tempo che l’INPS si prende per lavorare la pratica. Tu hai 120 giorni per presentare; l’INPS ne ha circa 60 per rispondere e pagare.

Bonus bebè: cosa NON esiste più

Se cerchi il vecchio “bonus bebè” mensile, fermati: non esiste più. Era l’assegno di natalità pagato ogni mese fino al 2021; dal 2022 è stato assorbito dall’Assegno Unico Universale, oggi il canale ordinario di sostegno ai figli.

Il bonus nuovi nati è un’altra cosa: un contributo una tantum da 1.000 euro che si aggiunge all’Assegno Unico, non lo sostituisce. Chi cerca “bonus bebè 2026” finisce per confondere le due misure: l’assegno mensile dedicato ai neonati non c’è più, la somma una tantum sì.

Tutti i soldi per un neonato: la checklist

Facciamo un esempio. Sara e Paolo hanno avuto Matteo a marzo 2026, con un ISEE del minore di 22.000 euro. Ecco cosa possono mettere insieme, perché queste misure si cumulano e non si escludono a vicenda:

  • Bonus nuovi nati — 1.000 euro una tantum, domanda INPS entro 120 giorni dalla nascita.
  • Assegno Unico Universale — importo mensile per ogni figlio; domanda a parte, si fa una volta e si rinnova da sé (si può chiedere già dal settimo mese di gravidanza).
  • Bonus asilo nido — fino a 3.000 euro l’anno se Matteo andrà al nido, con un importo che scende al salire dell’ISEE.
  • Agevolazioni regionali e comunali — cambiano da territorio a territorio: molti Comuni e molte Regioni hanno un contributo natalità. Controlla i siti del tuo Comune e della tua Regione.

Ognuna ha la sua domanda e le sue regole: nessuno te le somma in automatico. La differenza tra chi le incassa tutte e chi ne lascia per strada è quasi sempre una sola: essersi informati in tempo.

L’errore che ti costa caro

Due errori bruciano i mille euro. Il primo è lasciar passare i 120 giorni: è una scadenza tassativa, non indicativa — al 121º giorno la domanda non è più accoglibile. Il secondo è presentare senza un ISEE valido: se l’ISEE del minore manca, è scaduto o supera la soglia, la domanda viene respinta.

La contromossa è banale ma decisiva: fai o rinnova la DSU (il modulo da cui nasce l’ISEE) appena nato il bambino, senza aspettare l’ultima settimana utile. Così arrivi alla domanda con i documenti in ordine e il tempo dalla tua parte.

In breve

Nel 2026 il bonus nuovi nati è un contributo una tantum di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato, riservato alle famiglie con ISEE del minore entro circa 40.000 euro calcolato senza contare l’Assegno Unico. La domanda si presenta solo online sul portale INPS (o tramite patronato) entro 120 giorni dalla nascita: è un termine tassativo, oltre il quale il diritto si perde. Non confonderlo con il vecchio “bonus bebè” mensile, che non esiste più: oggi il sostegno ricorrente è l’Assegno Unico, che si aggiunge a questa somma una tantum, al bonus nido e alle agevolazioni locali. Prepara per tempo SPID e un ISEE valido.

Dati indicativi 2026 — verifica importi, soglie ISEE e scadenze sul sito INPS prima di presentare domanda.

P6 · Famiglia & burocrazia

Malattia del figlio: il congedo esteso ai 14 anni dal 2026 (fino a 10 giorni)

Uscita: 15 dicembre 20266 minmalattia-del-figlio-congedo-2026.md

Quando il figlio è malato il genitore lavoratore dipendente può astenersi dal lavoro: dal 2026 il diritto arriva fino ai 14 anni, con 10 giorni l'anno tra i 3 e i 14. Ecco come funziona.

Quando il figlio si ammala e non può andare a scuola o al nido, il genitore lavoratore dipendente ha diritto ad astenersi dal lavoro per stargli accanto: è il congedo per malattia del figlio. La novità che cambia le carte è l’età: dal 2026 questo diritto vale fino ai 14 anni del bambino, non più fino agli 8. Non è retribuito (salvo che il tuo contratto preveda di meglio), ma protegge il posto e ti mette al riparo dall’assenza ingiustificata. Vediamo cosa cambia, quanti giorni spettano e come si comunica al datore.

Cosa è cambiato dal 2026

La Legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199, articolo 1, comma 220) ha riscritto l’articolo 47 del Testo Unico sulla maternità e paternità (D.Lgs 151/2001). Due cose in concreto:

  • l’età del figlio entro cui puoi usare il congedo sale da 8 a 14 anni;
  • i giorni nella fascia oltre i 3 anni raddoppiano, da 5 a 10 l’anno per ciascun genitore.

Le nuove regole valgono per i periodi fruiti dal 1° gennaio 2026. Occhio a chi resta fuori: per gli iscritti alla Gestione separata il limite resta a 12 anni e gli autonomi hanno regole più strette. Se sei lavoratore o lavoratrice dipendente, pubblico o privato, la novità ti riguarda.

Fino a 3 anni: senza limiti di giorni

Per il bambino fino ai 3 anni il meccanismo è il più generoso: entrambi i genitori possono astenersi dal lavoro per tutta la durata della malattia, senza un tetto di giorni. Se il piccolo ha la varicella e serve una settimana a casa, quella settimana è coperta.

Il vincolo non è sul numero di giorni ma sull’alternanza: mamma e papà si danno il cambio, ma non possono stare a casa entrambi lo stesso giorno per lo stesso figlio. Anche in questa fascia serve il certificato del pediatra: «senza limiti» non vuol dire «senza documento».

Da 3 a 14 anni: fino a 10 giorni l’anno

È qui che si sente la novità. Prendi Elena, mamma di Tommaso, 6 anni: fino al 2025 avrebbe avuto 5 giorni l’anno e solo fino agli 8 anni; dal 2026 ha fino a 10 giorni l’anno, e il diritto la accompagna fino ai 14 anni.

Tieni a mente il meccanismo, non la tabella:

  • sono giorni lavorativi, per ciascun genitore (non a coppia) e per ciascun figlio, non cumulabili nello stesso giorno;
  • il «10» è un’indicazione: prima di programmare le assenze, verifica il numero aggiornato sul sito INPS.

Come è pagato (e cosa dice il contratto)

Qui arriva la parte che spiazza molti: di regola il congedo per malattia del figlio non è retribuito, né dall’INPS né dal datore. In quei giorni conservi il posto e l’anzianità, ma non maturi lo stipendio (né ferie o tredicesima).

Due correttivi da controllare:

  • il tuo contratto (CCNL). Molti contratti prevedono trattamenti migliorativi, con alcuni giorni retribuiti o integrazioni; nel settore pubblico le regole sono in genere più favorevoli.
  • la contribuzione figurativa. Per il figlio piccolo l’INPS accredita comunque i contributi, in automatico. Ma l’estensione dell’età non ha esteso allo stesso modo la copertura: nella fascia più alta la contribuzione figurativa non è riconosciuta come per i più piccoli. Per l’effetto sulla pensione, fattelo verificare da un patronato.

Come si comunica al datore (il certificato del pediatra)

La procedura è più leggera del congedo parentale: non serve una domanda online all’INPS. Il perno è il certificato.

  1. Porti il bambino dal pediatra di libera scelta (o da un medico del Servizio sanitario nazionale).
  2. Il pediatra redige il certificato di malattia del figlio e lo trasmette telematicamente all’INPS, come per la malattia di un adulto.
  3. Tu avvisi subito il datore di lavoro, indicando nome e data di nascita del figlio malato.
  4. Se il datore lo chiede, gli fornisci il numero di protocollo del certificato, che ritrovi sul portale INPS con SPID, CIE o CNS.

Se vi alternate, può servire un’autocertificazione che l’altro genitore non è in congedo per lo stesso figlio in quel giorno.

L’errore che ti costa caro

Due sbagli tornano sempre, e costano davvero.

Il primo: non farsi fare il certificato telematico dal pediatra. Un messaggio o un foglietto cartaceo non bastano. Se il certificato non viene trasmesso all’INPS, per il datore quella è un’assenza ingiustificata, con le conseguenze disciplinari del caso. Prima il certificato telematico, poi resti a casa.

Il secondo, più silenzioso: non sapere dell’estensione ai 14 anni. Tanti genitori di bambini tra gli 8 e i 14 anni si credono senza diritto e bruciano ferie o permessi non pagati, quando dal 2026 hanno fino a 10 giorni l’anno dedicati. «Fino a che età?» è la domanda che ti fa risparmiare giorni preziosi.

Da non confondere, infine, con i permessi della Legge 104: quelli valgono per un figlio con disabilità grave riconosciuta, sono retribuiti e seguono regole a parte. Il congedo per malattia del figlio non richiede disabilità: basta la malattia certificata dal pediatra.

In breve

Quando il figlio è malato il genitore dipendente può astenersi dal lavoro: fino a 3 anni senza limiti di giorni, da 3 a 14 anni (novità 2026) fino a 10 giorni l’anno a testa. Di regola non è retribuito, salvo contratti migliorativi, ed è alternabile ma mai nello stesso giorno. Serve il certificato del pediatra trasmesso all’INPS e la comunicazione al datore. Non è la Legge 104: qui basta la malattia certificata.

Dati indicativi 2026 — verifica giorni, requisiti e modalità sul sito INPS o con un patronato prima di procedere.

P6 · Famiglia & burocrazia

Detrazioni per figli a carico 2026: chi le mantiene e chi le ha perse

Uscita: 2 febbraio 20276 mindetrazioni-figli-a-carico-2026.md

Sotto i 21 anni la detrazione IRPEF non c'è più: c'è l'Assegno Unico. Dai 21 anni resta se il figlio è a carico (reddito entro ~2.840-4.000 €) e sotto i 30 anni. Redditi alti: c'è un tetto.

Tradotto in chiaro: se hai un figlio sotto i 21 anni, la detrazione IRPEF non ce l’hai più — al suo posto c’è l’Assegno Unico dell’INPS. Se il figlio ha 21 anni o più ed è ancora a tuo carico, la detrazione resta, entro limiti precisi. E se il tuo reddito è alto, dal 2025 c’è un tetto che può ridurre le tue detrazioni. Chi la perde, chi la tiene, chi la vede tagliata: vediamo in quale casella rientri.

Sotto i 21 anni: ora c’è l’Assegno Unico

Partiamo dalla notizia che spiazza più genitori. Dal 2022 le detrazioni IRPEF per i figli under 21 non esistono più: le ha assorbite l’Assegno Unico e Universale, l’assegno mensile che l’INPS versa per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza fino ai 21 anni.

In pratica: per un figlio di 6 mesi o di 15 anni non c’è nulla da mettere in dichiarazione. Il sostegno non passa più dal 730 come sconto sulle tasse: arriva come bonifico mensile, da richiedere all’INPS. La vecchia detrazione per il figlio piccolo non esiste più — c’è l’assegno, che è un altro canale.

Da 21 anni in su: la detrazione resta (entro limiti)

Dal compimento dei 21 anni cambia tutto: la detrazione IRPEF per il figlio a carico torna a valere e la porti in dichiarazione. Ma “a carico” non è un modo di dire: è una condizione con una soglia di reddito precisa.

Il figlio è fiscalmente a tuo carico se, in un anno, ha un reddito complessivo entro circa 2.840 euro. Per i figli più giovani, fino a 24 anni, la soglia è più generosa: circa 4.000 euro. Un euro sopra quel tetto e il figlio esce dallo stato di figlio a carico: niente detrazione, per l’intero anno.

C’è anche un limite massimo d’età: la detrazione si ferma al compimento dei 30 anni. Fa eccezione il figlio con disabilità, per cui non c’è limite di età. Tra i 21 e i 29 anni, quindi, spetta solo se il reddito del figlio resta sotto la soglia.

Gli importi esatti della detrazione (una cifra base che si riduce al crescere del tuo reddito) e le soglie vengono aggiornati per legge. Qui trovi il meccanismo, non la tabella da imparare a memoria: per la cifra del tuo caso parti sempre dal sito dell’Agenzia delle Entrate o dal tuo CAF.

Il tetto per i redditi alti

Se il tuo reddito è elevato, entra in gioco una regola delle ultime leggi di bilancio: un tetto complessivo alle detrazioni. Scatta sopra i 75.000 euro e non riguarda solo i figli, ma l’insieme degli sconti fiscali che porti in detrazione.

La parte che interessa a chi ha figli è una: il tetto è più alto se hai figli a carico. Più figli hai, più detrazioni puoi sfruttare; con tre o più figli (o un figlio con disabilità) si arriva al massimo. È così che la norma protegge le famiglie numerose dal taglio sui redditi alti.

Il calcolo non lo fai a mano: lo applica il 730 o il modello Redditi. A te basta sapere che, oltre quella soglia, le detrazioni non sono più illimitate — e che i figli a carico alzano il tuo tetto.

Il caso di Franca e Davide

Franca ha un figlio, Davide, 22 anni, iscritto all’università. Fino ai 21 anni riceveva l’Assegno Unico; da quando Davide li ha compiuti, in dichiarazione è ricomparsa la detrazione per figlio a carico.

L’estate scorsa Davide ha lavorato come cameriere e ha messo da parte 4.500 euro. Bella notizia per lui. Ma quella cifra supera la soglia di circa 4.000 euro prevista fino a 24 anni: per quell’anno Davide non è più a carico. Risultato: Franca perde l’intera detrazione, non solo una parte.

Se l’avesse saputo prima, avrebbe potuto ragionare con il figlio su tempi e importo del lavoretto, restando sotto la soglia. Nessuno gliel’ha detto, e il conto è arrivato con la dichiarazione.

L’errore che ti costa caro

L’errore più comune è dimenticare il limite di reddito del figlio. Un figlio 21-29enne che lavoricchia, fa stage retribuiti o piccoli lavori può superare la soglia di circa 2.840 euro (o 4.000 se ha fino a 24 anni) senza che nessuno se ne accorga — finché non salta la detrazione. Il secondo errore è non aggiornare la situazione: il figlio che compie 30 anni, trova un impiego stabile o va a vivere per conto suo cambia il tuo diritto, e la posizione va corretta in dichiarazione.

La contromossa è una verifica a fine anno: controlla quanto ha guadagnato il figlio prima di indicarlo a carico. Segnarlo a carico oltre la soglia significa esporsi a un recupero delle somme dal Fisco.

In breve

Dal 2022 le detrazioni IRPEF per i figli under 21 non ci sono più: al loro posto c’è l’Assegno Unico dell’INPS, che non passa dal 730. La detrazione riparte dai 21 anni e vale finché il figlio resta a carico — reddito entro circa 2.840 euro l’anno (circa 4.000 fino a 24 anni) — e comunque non oltre i 30 anni, salvo disabilità. Per i redditi alti (oltre 75.000 euro) c’è un tetto alle detrazioni, più generoso quanti più figli a carico hai. L’errore che costa di più è ignorare il limite di reddito del figlio: verificalo prima di firmare la dichiarazione.

Dati indicativi 2026 — verifica importi, soglie e limiti sul sito dell’Agenzia delle Entrate prima di procedere.

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ISEE corrente: quando conviene chiederlo se il reddito è calato

Uscita: 23 febbraio 20276 minisee-corrente-quando-conviene.md

Se il reddito di casa è calato di recente — lavoro perso, orario ridotto, cassa integrazione — l'ISEE corrente aggiorna la fotografia e può sbloccare più bonus. Ecco quando conviene.

Se negli ultimi mesi il reddito di casa è calato — un lavoro perso, l’orario tagliato, la cassa integrazione, un’attività che ha chiuso — c’è una cosa che quasi nessuno ti dice allo sportello: l’ISEE che hai in mano potrebbe essere già vecchio, e fotografare una ricchezza che non hai più. L’ISEE corrente serve esattamente a questo: aggiorna la fotografia alla situazione di oggi, il valore scende e diversi bonus si alzano o si sbloccano.

Detto in modo diretto: proprio quando entra meno in casa, l’ISEE corrente è lo strumento per recuperare subito quello che ti spetta, senza aspettare l’anno prossimo. Vediamo quando conviene e come si fa.

Cos’è l’ISEE corrente (e come si differenzia dall’ISEE ordinario)

Partiamo dal gergo, una volta sola. L’ISEE è l’indicatore che mette insieme redditi e patrimonio della tua famiglia e dice a chi eroga i bonus “come stai messo”. Quello che di solito presenti è l’ISEE ordinario: fotografa i redditi di due anni prima (l’ISEE del 2026 guarda i redditi del 2024) e il patrimonio al 31 dicembre dell’anno precedente.

Qui sta il problema: se il tuo 2024 era un anno normale e oggi le cose si sono complicate, l’ISEE ordinario racconta una famiglia che non esiste più. L’ISEE corrente corregge il tiro: ricalcola l’indicatore sui redditi degli ultimi mesi, non su quelli di due anni fa. Stessa famiglia, foto aggiornata — e quasi sempre un valore più basso.

Quando conviene chiederlo

Conviene ogni volta che la tua situazione economica è peggiorata rispetto a quella cristallizzata nell’ISEE ordinario. In pratica, dopo uno di questi eventi:

  • una perdita del lavoro, una sospensione o una riduzione dell’attività lavorativa (licenziamento, contratto non rinnovato, cassa integrazione);
  • l’interruzione di un trattamento che ricevevi (per esempio la fine della NASpI, cioè l’indennità di disoccupazione);
  • un calo del reddito complessivo della famiglia oltre una certa soglia.

Il meccanismo è questo: l’ISEE corrente si può chiedere quando il reddito del nucleo scende oltre il 25% rispetto a quello dell’ISEE ordinario (per il patrimonio la soglia è intorno al 20%). Sono le percentuali indicate da INPS: trattale come un ordine di grandezza da verificare, non come una tabella scolpita.

Le percentuali e i periodi di cui parliamo sono il meccanismo, non un preventivo del tuo caso. Prima di muoverti, controlla condizioni e soglie aggiornate sul sito INPS o fatti fare due conti gratis al patronato.

Come si richiede (e quanto vale)

L’ISEE corrente non sostituisce l’ordinario: ci si aggancia. Serve prima un ISEE ordinario in corso di validità, poi presenti il modulo sostitutivo della DSU (la DSU è la dichiarazione da cui nasce l’ISEE). Lo fai online sul portale INPS con SPID, CIE o CNS, oppure — la via più comoda se hai documenti da allegare — al CAF o al patronato, di norma gratis.

Ti serve la prova della variazione: la lettera di licenziamento, il provvedimento di cassa integrazione, i redditi percepiti negli ultimi 12 mesi (o negli ultimi 2 mesi riparametrati, nei casi di perdita o riduzione del lavoro dipendente).

Attenzione alla scadenza: la componente sui redditi vale sei mesi dalla presentazione, poi va rinnovata se serve. E se nel frattempo la situazione migliora — ritrovi un lavoro, riparte un’indennità — l’ISEE va aggiornato entro due mesi. La parte sul patrimonio, invece, vale fino al 31 dicembre dell’anno in cui la presenti.

Il caso di Sara e Luca

Sara e Luca hanno due bambini. Nel loro ISEE ordinario pesano ancora i redditi del 2024, un anno in cui lavoravano entrambi a tempo pieno: valore alto, bonus nido ridotto, assegno unico lontano dai massimi.

A settembre l’azienda mette Luca in cassa integrazione: da un mese all’altro in casa entra molto meno. Con il vecchio ISEE, però, per lo Stato sono ancora la famiglia del 2024. Presentando l’ISEE corrente, i redditi degli ultimi mesi sostituiscono quelli di due anni fa: l’indicatore scende sotto le soglie, l’assegno unico sale e il bonus nido passa a una fascia più generosa. Non hanno guadagnato di meno per avere di più: hanno solo raccontato allo Stato la loro condizione reale, di oggi.

L’errore che ti costa caro

L’errore più comune è tenersi l’ISEE vecchio dopo che il reddito è crollato. È comprensibile — nel caos di un licenziamento la burocrazia è l’ultimo pensiero — ma significa lasciare soldi sul tavolo: continui a prendere bonus calcolati su una ricchezza che non hai più, quando potresti averne di più proprio ora che servono.

Il secondo errore è aspettare troppo. L’ISEE corrente vale pochi mesi ed è legato all’ordinario: se lasci scadere l’uno o l’altro, il beneficio si interrompe. Segnati la data di presentazione e rinnova per tempo.

In breve

L’ISEE ordinario fotografa i redditi di due anni prima: se la tua situazione è peggiorata da poco — lavoro perso, orario ridotto, cassa integrazione, fine di un’indennità — quel numero è troppo alto e ti fa perdere bonus. L’ISEE corrente ricalcola l’indicatore sui redditi recenti (variazione del reddito oltre il 25%, o del patrimonio oltre il 20%): il valore scende e assegno unico, bonus nido e altre agevolazioni salgono o si sbloccano. Si chiede con il modulo sostitutivo della DSU, al patronato o sul portale INPS, e va rinnovato perché dura poco. Nel momento difficile, è il modo più veloce per recuperare ciò che ti spetta.

Dati indicativi 2026 — verifica requisiti e scadenze sul sito INPS prima di procedere.

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Legge 104 per il figlio con disabilità grave: permessi e congedi ai genitori

Uscita: 4 marzo 20277 minlegge-104-permessi-figlio.md

Ai genitori lavoratori di un figlio con disabilità grave (art. 3 comma 3) spettano permessi mensili, prolungamento del congedo parentale e congedo straordinario: cosa chiedere e come.

Se hai un figlio con disabilità grave riconosciuta, la Legge 104 ti dà strumenti concreti per esserci senza rinunciare al lavoro né allo stipendio. In breve: come genitore lavoratore dipendente puoi chiedere permessi mensili retribuiti (l’indicazione di legge è 3 giorni al mese, che i due genitori possono alternarsi); se il bambino è piccolo, in alternativa, il prolungamento del congedo parentale o ore di permesso giornaliere; e in più esiste il congedo straordinario retribuito, fino a un massimo complessivo (indicativamente due anni) nell’arco della vita lavorativa. Tutto parte dal riconoscimento della disabilità grave; poi permessi e congedi si chiedono all’INPS, spesso tramite un patronato che è gratuito. Vediamo cosa spetta e come si chiede, senza girarci intorno.

A chi spetta (la disabilità grave, art. 3 comma 3)

Il punto di partenza è il riconoscimento: il figlio deve avere una disabilità «in situazione di gravità» ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della Legge 104/1992. Non è un’autocertificazione: lo accerta una commissione medica (ASL/INPS), a partire da un certificato che il medico invia online.

Dal lato tuo, per usare permessi e congedi devi essere lavoratore o lavoratrice dipendente (va bene anche il part-time) e assicurato all’INPS. Valgono i genitori biologici, adottivi e affidatari.

La parte «burocratica» del riconoscimento è cambiata di recente. Con la riforma della disabilità (D.Lgs 62/2024) l’INPS sta diventando il riferimento unico dell’accertamento, con un procedimento più semplice partito a scaglioni sul territorio. Prima di muoverti, controlla sul sito INPS o con un patronato come funziona nella tua provincia.

I permessi mensili retribuiti

È lo strumento più conosciuto: giorni di permesso al mese, retribuiti e coperti dai contributi, per assistere il figlio. L’indicazione di legge è di 3 giorni al mese, anche frazionabili in ore se ti serve gestire visite o terapie senza bruciare l’intera giornata.

La cosa che quasi nessuno sfrutta bene: quei giorni si possono alternare tra i due genitori. Non sono «della mamma» o «del papà»: restano nel limite previsto per il figlio, ma questo mese li usa uno, il mese dopo l’altro, oppure li dividete. Gli unici vincoli sono non superare il totale e non usarli entrambi lo stesso giorno per lo stesso figlio.

Prolungamento del congedo parentale e ore per i più piccoli

Quando il bambino è piccolo, la Legge 104 aggiunge due possibilità pensate per i primi anni:

  • il prolungamento del congedo parentale retribuito, cioè un periodo di congedo in più rispetto a quello ordinario che spetta a tutti i genitori;
  • in alternativa, ore di permesso giornaliero (l’indicazione è di due ore al giorno).

Il meccanismo da capire è che, per il figlio piccolo, questi strumenti sono alternativi tra loro nello stesso mese: nel mese in cui usi i 3 giorni non usi anche le ore o il prolungamento per lo stesso bambino. Quale conviene dipende dalla tua organizzazione: il prolungamento serve per periodi lunghi e continuativi, le ore per lo «spezzatino» quotidiano di terapie e appuntamenti. Durate ed età esatte del bambino cambiano nel tempo: fatti dire dal patronato la versione aggiornata prima di scegliere.

Il congedo straordinario fino a due anni

È lo strumento più impegnativo, per i periodi in cui serve esserci a tempo pieno. Il congedo straordinario è un’astensione dal lavoro retribuita (con un’indennità a carico INPS e contribuzione figurativa) per assistere il figlio con disabilità grave.

Il tetto è complessivo: nell’arco della vita lavorativa si arriva, come indicazione, a un massimo di due anni per ogni persona assistita, e anche qui i genitori possono alternarsi (mai nello stesso giorno). Una condizione importante: di norma il congedo straordinario spetta se il familiare non è ricoverato a tempo pieno in una struttura. Importo, requisiti e durata precisa si verificano sul sito INPS: qui interessa il meccanismo, non la tabella.

Come si fa domanda

Il percorso ha due binari da non confondere:

  1. Prima il riconoscimento. Il medico invia il certificato introduttivo, poi la commissione ASL/INPS valuta e mette a verbale la disabilità grave.
  2. Poi il beneficio. La domanda di permessi o congedo si presenta all’INPS, online con SPID, CIE o CNS, oppure — la strada che consigliamo — tramite un patronato, che è gratuito. In parallelo va avvisato il datore di lavoro.

Conserva sempre le ricevute e controlla lo stato della domanda nel tuo fascicolo previdenziale.

L’errore che ti costa caro

Due errori tornano sempre. Il primo: fare tutto da soli per fretta o diffidenza, e sbagliare un modulo o un requisito che blocca la pratica per settimane. Il patronato non costa nulla e vive di questo: usalo. Il secondo, più sottile: non sapere di poter alternare i permessi tra i due genitori. Molte famiglie li intestano sempre allo stesso genitore, mettendo sotto pressione un solo lavoro, quando la legge permette di distribuirli e alleggerire entrambi. «Possiamo alternarci?» è la domanda che cambia le tue settimane.

In breve

Ai genitori lavoratori dipendenti di un figlio con disabilità grave (art. 3 comma 3) spettano permessi mensili (indicativamente 3 giorni, alternabili tra i due), per i più piccoli il prolungamento del congedo parentale o ore giornaliere, e il congedo straordinario retribuito fino a un massimo complessivo (indicativamente due anni). Serve prima il riconoscimento della commissione, poi la domanda all’INPS, meglio con un patronato. Alterna i permessi e non fare da solo.

Dati indicativi 2026 — verifica requisiti, durate e modalità sul sito INPS o con un patronato prima di procedere.

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Congedo di maternità obbligatoria 2026: 5 mesi, come dividerli e domanda

Uscita: 18 marzo 20276 mincongedo-maternita-obbligatoria-2026.md

Il congedo di maternità obbligatoria è di 5 mesi indennizzati dall'INPS all'80%: come funziona la flessibilità tra prima e dopo il parto e come presentare la domanda.

Il congedo di maternità obbligatoria è il periodo in cui la legge ti mette al riparo dal lavoro intorno al parto: cinque mesi complessivi di astensione, indennizzati dall’INPS all’80% della retribuzione (molti contratti arrivano al 100%). La parte che confonde quasi tutte è un’altra: quei cinque mesi non sono rigidi. Puoi decidere, entro certe regole, quanto prenderne prima e quanto dopo la nascita. Qui trovi il meccanismo in chiaro, senza tabelle da mandare a memoria.

Quanto dura e com’è pagato

Cinque mesi. È il numero da tenere a mente. Sono un diritto e un obbligo insieme: intorno al parto non puoi lavorare, e non dipende dal datore.

Durante quei mesi non resti senza stipendio. L’INPS versa un’indennità pari all’80% della retribuzione; la quasi totalità dei contratti collettivi (il tuo CCNL) integra la differenza fino al 100%, così in busta paga la perdita è minima o nulla. L’80% è il minimo di legge, non per forza quello che vedrai: controlla cosa prevede il tuo contratto. Percentuali e tetti li aggiorna l’INPS, quindi trattali come punto di partenza da verificare, non come cifre scolpite.

Come dividere i 5 mesi (le opzioni di flessibilità)

Qui sta la parte che fa risparmiare settimane preziose a casa con il bambino. Il totale resta cinque, ma puoi distribuirlo in tre modi:

  • 2 + 3: due mesi prima della data presunta del parto e tre dopo. È lo schema classico, quello che scatta se non chiedi nulla.
  • 1 + 4: un solo mese prima e quattro dopo. Lavori più a lungo in gravidanza per stare più tempo con il neonato.
  • 0 + 5: niente astensione prima, tutti e cinque i mesi dopo il parto. È l’opzione più recente, per chi vuole il massimo tempo dopo la nascita.

Le due opzioni “spostate in avanti” (1+4 e i cinque mesi dopo) non sono automatiche: servono le certificazioni di un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale e, dove previsto, del medico aziendale, che attestino che continuare a lavorare non fa male a te né al bambino. Vanno chieste nel settimo mese, prima che inizi l’ottavo. Senza quei documenti la flessibilità non parte e resti sul 2+3.

Il caso di Giulia

Giulia è al sesto mese, lavora in ufficio, gravidanza che procede bene. Ragiona su due strade. Con il 2+3 smetterebbe due mesi prima: comoda per arrivare al parto senza stress, ma poi le restano solo tre mesi con la bambina prima di rientrare. Con l’1+4 lavorerebbe un mese in più da incinta e si ritroverebbe quattro mesi a casa dopo la nascita.

Giulia si sente bene, il lavoro non è pesante, e quel mese in più con la figlia vale più di un mese in più di pancione alla scrivania. Sceglie l’1+4. Nel settimo mese chiede al ginecologo del consultorio e al medico del lavoro le certificazioni e le allega alla domanda. Se a un controllo qualcosa fosse cambiato, tornerebbe al 2+3 senza penalità: la flessibilità è un’opzione, non una scommessa.

Come si presenta la domanda

La regola d’oro: la domanda si fa prima, non dopo. I passaggi:

  1. Certificato medico di gravidanza: lo invia in via telematica all’INPS il tuo medico SSN o convenzionato, con la data presunta del parto.
  2. Domanda all’INPS: online su inps.it con SPID, CIE o CNS, prima dell’inizio del congedo. Se preferisci non litigare con il portale, un patronato (come INCA-CGIL) fa tutto gratis.
  3. Certificazioni per la flessibilità, se hai scelto 1+4 o i cinque mesi dopo il parto.
  4. Comunicazione al datore del periodo scelto, tenendo copia di tutto.
  5. Dopo la nascita, comunica all’INPS la data di nascita e i dati del bambino nei tempi previsti.

Maternità, paternità, parentale: le differenze

Tre nomi simili, tre cose diverse:

  • Congedo di maternità: l’astensione obbligatoria della madre intorno al parto, i cinque mesi di cui parliamo qui.
  • Congedo di paternità obbligatorio: alcuni giorni riservati al padre vicino alla nascita, un suo diritto autonomo.
  • Congedo parentale: facoltativo, in più, spetta a entrambi i genitori dopo maternità e paternità, per i primi anni del bambino.

Paternità e congedo parentale li abbiamo spiegati in dettaglio a parte: qui basta sapere che la maternità è quella obbligatoria e viene prima delle altre.

L’errore che ti costa caro

Il più comune non è compilare male un modulo: è non sapere che la flessibilità esiste. Chi non chiede nulla finisce d’ufficio sul 2+3 e “brucia” due mesi prima del parto che avrebbe voluto passare con il neonato. Il secondo errore è muoversi tardi: le certificazioni per l’1+4 vanno raccolte nel settimo mese, e la domanda di indennità va comunque presentata entro un anno dalla fine del congedo, altrimenti il diritto si prescrive e quei soldi non li recuperi più. Segna le date su un calendario appena hai la data presunta del parto: è la mezz’ora meglio spesa di tutta la gravidanza.

Dati indicativi 2026 — verifica importi, durate e modalità sul sito INPS o con un patronato prima di procedere.

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Spese dei figli detraibili nel 730: mensa, sport, nido e visite mediche

Uscita: 11 maggio 20276 minspese-figli-detraibili-730.md

Oltre all'Assegno Unico, molte spese per i figli si scaricano nel 730 al 19%: mensa e scuola, sport, trasporti, visite mediche e retta del nido (che però è alternativa al bonus).

Oltre all’Assegno Unico che arriva ogni mese, molte spese che sostieni per i figli si scaricano nel 730: mensa, iscrizioni, sport, abbonamento dell’autobus, visite mediche, perfino la retta del nido. Non sono cifre enormi, ma sommate fanno la differenza — e quasi tutte valgono il 19%. Ecco cosa puoi portare in detrazione, con quali paletti, e l’errore che manda tutto in fumo.

Attenzione: “a carico” non basta più (sotto i 21 c’è l’AUU)

Prima chiariamo un equivoco che confonde molti genitori. Un conto è la detrazione per figli a carico — quella base, “per la persona” del figlio; un altro sono le spese che sostieni per lui. Sono due cose diverse. La prima, per i figli sotto i 21 anni, non esiste più: l’ha assorbita l’Assegno Unico dell’INPS, che arriva come bonifico e non passa dalla dichiarazione. Le spese, invece, restano detraibili anche per i piccoli, purché il figlio sia fiscalmente a tuo carico. Tradotto: l’assegno mensile e lo sconto sulle spese non si escludono. Questo articolo parla delle spese.

Le spese di istruzione e scolastiche

È la voce più corposa. Detrai il 19% di quello che spendi per la scuola dei figli — dall’infanzia alle superiori — entro un tetto per studente (indicativamente 1.000 € a figlio, da verificare). Ci finiscono dentro iscrizione, contributi volontari all’istituto, gite, assicurazione scolastica. Per l’università la regola cambia: nelle statali si detrae tutto senza tetto, nelle private c’è un massimale fissato ogni anno per area disciplinare e regione.

Mensa, sport e trasporto

Le tre voci che si dimenticano più spesso.

  • Mensa scolastica: rientra nelle spese di istruzione, quindi dentro quel tetto per studente. Bastano le ricevute o l’attestazione del Comune o della ditta che gestisce il servizio.
  • Attività sportiva dei ragazzi tra 5 e 18 anni: 19% su un tetto basso (indicativamente 210 € a ragazzo). Palestra, piscina, calcio: serve la ricevuta della società con tutti i dati richiesti.
  • Trasporto pubblico: gli abbonamenti (non i biglietti singoli) si detraggono al 19% entro un tetto complessivo di famiglia (indicativamente 250 €). Lo scuolabus, invece, viaggia insieme alle spese scolastiche.

Le spese mediche dei figli

Visite, farmaci, occhiali, dentista, ticket, apparecchi: le spese sanitarie dei figli si sommano alle tue e si detraggono al 19%, ma solo per la parte che supera una franchigia (indicativamente 129,11 € l’anno, cifra da verificare). Sotto quella soglia non spetta nulla; sopra, conta la differenza. Per questo conviene tenere insieme tutti gli scontrini della famiglia: la franchigia si applica una volta sola, sul totale.

Retta del nido (occhio: alternativa al bonus)

Qui c’è il tranello. La retta dell’asilo nido si può detrarre nel 730 al 19% (indicativamente fino a 632 € per figlio), ma è alternativa al Bonus Asilo Nido dell’INPS: non puoi incassare il bonus e detrarre anche la stessa mensilità. Le mensilità già rimborsate escono dal 730; porti in detrazione solo la quota di retta rimasta davvero a tuo carico. Prima di scegliere, fai due conti: per molte famiglie il bonus (legato all’ISEE) rende più della detrazione, ma non è una regola fissa.

Il caso di Sara. Sara iscrive Leo al nido, retta 400 € al mese. Prende il Bonus Nido, che le rimborsa 272 € mensili. Le resta a carico 128 € al mese: quella quota, e solo quella, la mette nel 730. Se avesse inserito l’intera retta avrebbe scaricato due volte la stessa spesa — e al primo controllo sarebbe arrivata la richiesta di restituzione.

L’errore che ti costa caro. Tre modi per buttare via la detrazione. Uno: pagare in contanti. Mensa, sport, nido e trasporti vanno saldati con carta, bancomat o bonifico, altrimenti il Fisco non li riconosce (fanno eccezione farmaci e ticket del servizio pubblico). Due: perdere le ricevute — senza documento la spesa non esiste. Tre: scegliere alla cieca tra bonus nido e detrazione: sono alternativi, e sbagliare significa lasciare soldi sul tavolo o doverli restituire.

La lista da spuntare + conservare le ricevute

Prima di firmare, controlla di avere per ogni voce la ricevuta e la prova del pagamento tracciabile:

  • Iscrizione, contributi e gite scolastiche
  • Mensa (ricevute o attestazione)
  • Sport dei ragazzi 5-18 anni
  • Abbonamento al trasporto pubblico
  • Visite, farmaci, dentista e occhiali dei figli
  • Retta del nido (solo la quota non coperta dal bonus)

Molte di queste voci ormai compaiono già nel 730 precompilato: aprilo, verifica che ci siano tutte e aggiungi le mancanti. Conserva i documenti fino alla fine dei termini di controllo. Se hai dubbi su quale casella usare o su come dividere la spesa tra i due genitori, un CAF o un commercialista ti sistema la pratica in mezz’ora.

Dati indicativi 2026 — verifica tetti, aliquote e regole sul sito dell’Agenzia delle Entrate prima di procedere.