Il congedo di maternità obbligatoria è il periodo in cui la legge ti mette al riparo dal lavoro intorno al parto: cinque mesi complessivi di astensione, indennizzati dall’INPS all’80% della retribuzione (molti contratti arrivano al 100%). La parte che confonde quasi tutte è un’altra: quei cinque mesi non sono rigidi. Puoi decidere, entro certe regole, quanto prenderne prima e quanto dopo la nascita. Qui trovi il meccanismo in chiaro, senza tabelle da mandare a memoria.
Quanto dura e com’è pagato
Cinque mesi. È il numero da tenere a mente. Sono un diritto e un obbligo insieme: intorno al parto non puoi lavorare, e non dipende dal datore.
Durante quei mesi non resti senza stipendio. L’INPS versa un’indennità pari all’80% della retribuzione; la quasi totalità dei contratti collettivi (il tuo CCNL) integra la differenza fino al 100%, così in busta paga la perdita è minima o nulla. L’80% è il minimo di legge, non per forza quello che vedrai: controlla cosa prevede il tuo contratto. Percentuali e tetti li aggiorna l’INPS, quindi trattali come punto di partenza da verificare, non come cifre scolpite.
Come dividere i 5 mesi (le opzioni di flessibilità)
Qui sta la parte che fa risparmiare settimane preziose a casa con il bambino. Il totale resta cinque, ma puoi distribuirlo in tre modi:
- 2 + 3: due mesi prima della data presunta del parto e tre dopo. È lo schema classico, quello che scatta se non chiedi nulla.
- 1 + 4: un solo mese prima e quattro dopo. Lavori più a lungo in gravidanza per stare più tempo con il neonato.
- 0 + 5: niente astensione prima, tutti e cinque i mesi dopo il parto. È l’opzione più recente, per chi vuole il massimo tempo dopo la nascita.
Le due opzioni “spostate in avanti” (1+4 e i cinque mesi dopo) non sono automatiche: servono le certificazioni di un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale e, dove previsto, del medico aziendale, che attestino che continuare a lavorare non fa male a te né al bambino. Vanno chieste nel settimo mese, prima che inizi l’ottavo. Senza quei documenti la flessibilità non parte e resti sul 2+3.
Il caso di Giulia
Giulia è al sesto mese, lavora in ufficio, gravidanza che procede bene. Ragiona su due strade. Con il 2+3 smetterebbe due mesi prima: comoda per arrivare al parto senza stress, ma poi le restano solo tre mesi con la bambina prima di rientrare. Con l’1+4 lavorerebbe un mese in più da incinta e si ritroverebbe quattro mesi a casa dopo la nascita.
Giulia si sente bene, il lavoro non è pesante, e quel mese in più con la figlia vale più di un mese in più di pancione alla scrivania. Sceglie l’1+4. Nel settimo mese chiede al ginecologo del consultorio e al medico del lavoro le certificazioni e le allega alla domanda. Se a un controllo qualcosa fosse cambiato, tornerebbe al 2+3 senza penalità: la flessibilità è un’opzione, non una scommessa.
Come si presenta la domanda
La regola d’oro: la domanda si fa prima, non dopo. I passaggi:
- Certificato medico di gravidanza: lo invia in via telematica all’INPS il tuo medico SSN o convenzionato, con la data presunta del parto.
- Domanda all’INPS: online su inps.it con SPID, CIE o CNS, prima dell’inizio del congedo. Se preferisci non litigare con il portale, un patronato (come INCA-CGIL) fa tutto gratis.
- Certificazioni per la flessibilità, se hai scelto 1+4 o i cinque mesi dopo il parto.
- Comunicazione al datore del periodo scelto, tenendo copia di tutto.
- Dopo la nascita, comunica all’INPS la data di nascita e i dati del bambino nei tempi previsti.
Maternità, paternità, parentale: le differenze
Tre nomi simili, tre cose diverse:
- Congedo di maternità: l’astensione obbligatoria della madre intorno al parto, i cinque mesi di cui parliamo qui.
- Congedo di paternità obbligatorio: alcuni giorni riservati al padre vicino alla nascita, un suo diritto autonomo.
- Congedo parentale: facoltativo, in più, spetta a entrambi i genitori dopo maternità e paternità, per i primi anni del bambino.
Paternità e congedo parentale li abbiamo spiegati in dettaglio a parte: qui basta sapere che la maternità è quella obbligatoria e viene prima delle altre.
L’errore che ti costa caro
Il più comune non è compilare male un modulo: è non sapere che la flessibilità esiste. Chi non chiede nulla finisce d’ufficio sul 2+3 e “brucia” due mesi prima del parto che avrebbe voluto passare con il neonato. Il secondo errore è muoversi tardi: le certificazioni per l’1+4 vanno raccolte nel settimo mese, e la domanda di indennità va comunque presentata entro un anno dalla fine del congedo, altrimenti il diritto si prescrive e quei soldi non li recuperi più. Segna le date su un calendario appena hai la data presunta del parto: è la mezz’ora meglio spesa di tutta la gravidanza.
Dati indicativi 2026 — verifica importi, durate e modalità sul sito INPS o con un patronato prima di procedere.

